Calcio e razzismo: il momento di dire basta

Qualunque cosa verrà decisa, i fatti di mercoledì 24 aprile sanciranno un punto di non ritorno per il rapporto tra calcio e razzismo in Italia.

Un breve riassunto: nel pomeriggio appartenenti a un gruppo ultras commettono apologia di fascismo in pieno centro di Milano. La sera, una dichiarata (dalla FIGC) minoranza di tifosi inscena una serie di reiterati comportamenti razzisti nei confronti di Kessie e Bakayoko durante la semifinale di Coppa Italia tra Milan e Lazio, segnalati dallo speaker dello stadio quindi uditi e udibili da tutti, arbitri (ricordiamo che sono cinque più gli addetti al var) e i vari delegati alla pubblica sicurezza.
Il Ministro degli Interni Matteo Salvini, al termine della gara, condanna il Milan per la brutta prestazione sportiva ma non una parola sugli episodi di razzismo in campo, il Presidente Gravina non commenta, un silenzio assordante che prosegue nei giorni successivi.

Venerdì sulla Gazzetta dello Sport una dura presa di posizione da parte della società Milan, in aperto contrasto con i rumours provenienti dal gruppo arbitrale. Il contenzioso è un gentlemen agreement stipulato tra la dirigenza rossonera, i suoi giocatori e i giocatori biancocelesti in seguito ai fatti accaduti nel pre-gara che potevano anticipare comportamenti razzisti durante la gara, concordi nel non esasperare i toni in campo in caso di comportamenti razzisti da parte dei tifosi, ma affidarsi all’intervento di arbitri e addetti alla sicurezza, come prescritto dal regolamento.

I fatti parlano di una partita “portata a casa”, ovvero di una partita portata a conclusione da tutti gli addetti senza prender decisioni che avrebbero potuto scaldare gli animi. Perché è questo il vero problema: di fronte a un conclamato comportamento razzista le scelte di chi DOVEVA interrompere il gioco sono state di far finta di nulla per evitare ritorsioni dalla stessa minoranza razzista per il timore di generare, in caso di definitiva sospensione della gara, scontri fuori dallo stadio. Stiamo parlando di un sistema calcio, una delle più importanti economie del paese, ostaggio di minoranze ultras razziste, una Federazione che in barba al regolamento prontamente modificato per essere più sanzionatorio dopo gli episodi accaduti a Koulibaly (sempre a San Siro durante un Inter – Napoli), continua a non intervenire.

La Serie A, e il calcio professionistico in genere nel mondo, è una delle vetrine educative più visibili per tutti e tutte, un luogo dove si incontrano simboli e simbolismi, uno spettacolo che ha la capacità di educare ed è troppo spesso lo specchio della società che lo ospita e lo organizza.

Oggi l’Italia sta dimostrando che non ha il coraggio di affrontare il razzismo.

Chi deve prendere le decisioni non ha ancora avuto lo spessore morale ed etico per bloccare quello che è un gioco, costoso, ma un gioco, di fronte a un comportamento inaccettabile per la dignità di un uomo.
Nel nostro piccolo anche Noi siamo organizzatori di un torneo e sappiamo quanto sia spiacevole e difficile da gestire – e moralmente una sconfitta – sospendere una partita o non farla giocare, ma non intervenire significa giustificare i comportamenti e dichiarare con i fatti che ogni cosa è possibile pur di andare avanti.

Se è veramente una minoranza non crediamo che gli altri non abbiamo gli anticorpi e le forze per allontanare chi genera questi comportamenti.
Nel campionato oggi più ricco e più visibile al mondo, la Premier League, sono i club stessi ad individuare ed allontanare chi commette simili reati (ricordiamo che la discriminazione razziale è un reato), individuando i colpevoli attraverso telecamere e altri strumenti che anche i nostri club e la nostra federazione possiede. Scelgono semplicemente di farlo, per etica, per perseguire i loro valori, e per business, perché un campionato razzista non raccoglie sponsor e telespettatori (crediamo sia giusto ricordate anche questo aspetto).

Ad oggi in Italia “The show must go on“, ma a quale prezzo?