Il saluto agli Africa United: chiude la squadra dell’Ex Moi

La tredicesima edizione di “Balon Mundial – la coppa delle comunità migranti di Torino” ha visto per la prima volta la non partecipazione degli AFRICA UNITED, la squadra rappresentativa del cosiddetto ExMoi, le palazzine dell’ex villaggio olimpico occupate dal 2011. Un anticipazione di quello che è accaduto in questi giorni con la chiusura definitiva delle palazzine e l’allontanamento e smistamento sul territorio dei suoi abitanti. Balon Mundial ha sempre riconosciuto nel Moi occupato una comunità della città di Torino e come tutte le squadre partecipanti al torneo ha permesso ai suoi giocatori di scendere in campo e raccontarsi anche attraverso il pallone. Molti ragazzi che si sono allenati all’Oxilia hanno vissuto nelle palazzine e i primi anni dei Cuori d’Aquila- Hearts of Eagle tutti i nostri giocatori vivevano nella prima palazzina. Mentre si concludeva il percorso dell’Ex Moi abbiamo chiesto a Marco Anselmi, storico dirigente degli Africa United di raccontarci come nasce e si chiude la storia di una comunità così particolare:

Marco, ci ricordi come, quando e perché centinaia di ragazzi occuparono le palazzine?

Era il 2013 e a fine febbraio fu decretata finita l’emergenza Nord Africa. Ciò significò che centinaia di persone si trovarono per strada con un foglio che dichiarava questa emergenza finita e con un buono uscita di 500 euro. A Torino molte di queste persone finirono a dormire per strada in diversi punti della città. Quindi tramite una rete cittadina solidale con i rifugiati si decise di trovare una casa a queste persone e poiché c’erano queste palazzine costruite nel 2006 per le Olimpiadi invernali, ma poi abbandonate, si decise di farle diventare una nuova casa per queste persone. Così a marzo venne occupata la prima palazzina. Nei mesi successivi queste persone aumentarono, arrivando a superare il migliaio e vennero occupate altre tre palazzine. L’area dell’Ex Moi poteva considerarsi una sorta di rappresentazione ufficiale dell’Africa, con 28 nazionalità diverse che coabitavano pacificamente in degli spazi verticali.

Come è cambiata la comunità del Moi negli anni?

La comunità del MOI ha negli anni seguito il corso delle scelte politiche, che influenzavano le geografie e i modi di vivere nelle palazzine. Da sempre gli occupanti del MOI sono persone fuoriuscite da percorsi di accoglienza. Inizialmente, come dicevo, erano persone ex emergenza Nord Africa, “cessata” questa emergenza al MOI sono arrivate tutte le persone che, uscite da CAS o SPRAR, avevano difficoltà alloggiative, tendenza continuata fino a qualche mese fa, in cui continuavano ad arrivare persone uscite da centri di accoglienza. Oltre a queste negli anni, soprattutto dal terzo anno di occupazione, il MOI è stato anche luogo di transito per persone che tentavano di andare all’estero, soprattutto in Francia, ma anche di sosta per persone che dal Sud Italia andavano a lavorare nelle campagne del saluzzese. Infine, nell’ultimo periodo, soprattutto anche in conseguenza alle leggi sulla migrazione di Minniti prima e Salvini poi, anche casa e luogo di riparo per persone non regolari e con diversi dinieghi sulle spalle. La cosa interessante è che negli anni la popolazione del MOI è sempre cambiata e vi era la tendenza tra gli occupanti di lasciare il MOI per trovarsi sistemazioni proprie una volta raggiunta una propria indipendenza economica e lavorativa che gli permettesse di pagare un affitto.

Il comitato da chi era composto e che ruolo aveva e c’erano altre organizzazioni che aiutava gli abitanti?

Il Comitato è sempre stato un gruppo informale e molto variegato. All’interno vi sono persone e studenti provenienti da diversi mondi: c’è chi più vicino all’area antagonista, chi legato al mondo del terzo settore, chi all’università, ma soprattutto è composto da semplici cittadini torinesi, abitanti del quartiere e solidali con la causa migranti di diverse parti d’Italia. Le età anche sono varie: trovi il/la ragazzo/a di vent’anni ma anche la signora in pensione, passando per giovani precari o professionisti affermati. Il Comitato da sempre ha cercato di dare un supporto in maniera non assistenziale agli occupanti, aiutandoli nella gestione dell’occupazione, dai lavori di manutenzione all’organizzazione degli spazi. Ha fornito soprattutto assistenza legale, sanitaria e psicologica. Ha creato una scuola di italiano, organizzato eventi culturali, creato uno sportello di orientamento al lavoro, un punto raccolta e consegna di abiti e materiali di prima necessità, ma soprattutto ha cercato di portare all’interno del Moi sempre più informazioni su cosa stesse accadendo al di fuori. Negli anni abbiamo lavorato con ASGI tantissimo per supporto legale; con Medici Senza Frontiere, cha ha installato uno sportello fisso all’interno dell’occupazione (alcuni occupanti oggi lavorano per MSF); abbiamo collaborato con Amnesty International e abbiamo stretto una convenzione importante con il CPIA 3 di Torino con la quale molti occupanti sono riusciti ad ottenere titoli di studio; con la Cooperativa Orso come supporto per l’orientamento lavorativo; nel MOI è nata addirittura un’associazione, Con Moi il nome, non strettamente legata all’attività dell’occupazione, ma con molti occupanti e membri del Comitato che ne fanno parte. Infine, molti occupanti partecipano alle attività di diverse associazioni attive nel mondo della migrazione, mi viene da pensare ad Arte Migrante di LVIA, ma anche la vostra Balon Mundial.

Avete mai pensato o proposto un percorso, come ad esempio, quello delle salette?

Sì, fin dai primi incontri fatti con l’equipe di progetto che lavorava allo sgombero abbiamo provato a costruire un dialogo e proporre modelli alternativi rispetto a quelli dati. L’idea era proprio quella di riproporre il modello salette per due motivi principali: (i) perché molti degli attori coinvolti e finanziatori del progetto salette sono gli stessi che poi hanno preso parte al tavolo inter-istituzionale relativo allo sgombero del MOI, e (ii) perché oltre ad essere un modello funzionale e virtuoso è un modello basato sulle persone, in cui sono state costruite progettualità durature, e non a termine, sulle persone. Poi sarebbe anche facile dire che sarebbe stata una bella scorciatoia visto che molti degli abitanti delle salette prima abitavano al MOI e che alcuni del nostro Comitato sono una componente importante anche nella vita delle salette e nella creazione di questo percorso.

Il destino delle palazzine lo leggiamo sui giornali, quali sono invece le idee sul loro futuro dei ragazzi e delle ragazze che sono già stati trasferiti o che lasciano in questi giorni la loro casa?

Purtroppo le notizie sulle persone non sono buone. Fin dall’inizio di questo progetto, dai primi sgomberi, tutti i numeri dati alla stampa e venduti come successo di uno sgombero “soft” o meglio di una “liberazione” non rispondono alla realtà. I numeri dati sono degli specchietti per le allodole, le progettualità date fin dall’inizio non sono altro che il riproporsi di progettualità già esistenti, come ad esempio l’inserimento lavorativo, che non sono altri che programmi di tirocinio pre esistenti e pre confezionati per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale che garantiscono una retribuzione per pochi mesi e scarse possibilità di assunzione. Per gli inserimenti abitativi non sono stati immaginati progetti ma le persone sono state re inserite in percorsi di accoglienza della prefettura, del comune e della diocesi. Tutte le persone sgomberate hanno ricevuto pochissima assistenza, molti hanno lasciato questi percorsi e sono tornati al MOI o dormono per strada e chi può nei dormitori. Non sono state prese in considerazione le tante vulnerabilità, nonostante nell’equipe della San Paolo ci fossero professionisti del settore. Le comunicazioni sono sempre state blande, quando si è trattato degli sgomberi tutti gli occupanti hanno ricevuto comunicazione il giorno prima. Molti sono stati trasferiti in luoghi della città o fuori Torino che gli hanno causato problemi con il lavoro o con le varie reti che si erano creati precedentemente. Oggi c’è stato l’ennesimo esempio di questo fallimento in cui, mentre ti scrivo, non abbiamo ancora dati certi, ma le famose 350 persone che dovevano abitare nelle due palazzine erano in realtà molte di più e tantissime persone sono già per strada o con un foglio di via da Torino e con tanti dubbi sul futuro.

Quali erano le criticità e le opportunità che si potevano trovare dentro le palazzine e nei suoi abitanti? Le criticità, come in parte già ho detto, sono le tante vulnerabilità presenti all’interno delle palazzine: vi sono vulnerabilità di carattere psichico, sociale ed economico. Quelle che destano più preoccupazione sono quelle di carattere psicologico perché se va ne sono molte manifeste, ve ne sono tantissime altre latenti, che ballano su un filo sottile e sono pronte ad esplodere. Queste persone sono e potrebbero essere un pericolo per sé stesse e per gli altri. Un supporto andava dato soprattutto a loro. Poi vi sono ovviamente le criticità di carattere sociale ed economico con persone che pur lavorando, ma avendo contratti “farlocchi” che viaggiano tra il legale e il sommerso e che quindi non garantiscono la possibilità di avere accesso ad un affitto. Infine, vi sono tutte le criticità di carattere giuridico con persone con persone non regolari e altre con la protezione umanitaria, in attesa di rinnovo e che non sa come quando e se convertire questo documento. Da contraltare alle criticità ci sarebbero le tantissime opportunità che il MOI in sé avrebbe ma che negli anni non sono state sfruttate, basti pensare alla possibilità di creare un progetto serio di coabitazione tra cittadini italiani e stranieri all’interno di un quartiere storicamente noto per le migrazioni, sfruttando degli edifici che dal 2006 erano in completo abbandono e decadimento strutturale. Il quartiere, per quanto sui giornali venga detto che fosse terrorizzato da queste persone, in realtà negli anni ha avuto diversi momenti di incontro che hanno portato alla luce l’importanza dell’incontro e la voglia di inclusione che c’è tra i cittadini di questo quartiere. Non dimenticherò mai una rassegna cinematografica che ideammo che si chiamava Regarde Moi e che puntava proprio a questo: guardare al MOI sotto punti di vista diversi ed era un invito agli abitanti del quartiere ad entrare al MOI. Nella prima edizione soprattutto del festival, il cortile era pieno di occupanti e tanti italiani che sognavano insieme una Torino più plurale partendo proprio dalle quattro palazzine.

Poteva andare diversamente?

Sì, decisamente. Da parte nostra c’è sempre stata la volontà di dialogare con l’equipe di progetto, di concertare insieme un’idea, un progetto, di sgombero che puntasse sulle persone e che desse garanzie sul futuro di queste. Abbiamo spesso, per non dire sempre un muro. Di sicuro non ci hanno ascoltato. Le intenzioni sono sempre state diverse: da parte nostra al centro di tutto c’era l’occupante in quanto persona, da parte dell’equipe in quanto persona che stava in una casa non sua e che quell’immobile dovesse essere assolutamente restituito ai legittimi proprietari. Nessuno di noi ha mai pensato che il MOI fosse il paradiso, tant’è che fummo noi a suggerire la priorità nello sgombero dei garage, perché le condizioni igienico sanitarie erano terribili, ma speravamo ci fosse più lungimiranza su queste decisioni e che non si pensasse soltanto a svuotare delle stanze.

Il calcio è uno sport per donne

Il calcio è un sport per donne.

Isabel è nata a Tarapoto, una città commerciale della regione di San Martín in Perù. Qui da adolescente gioca a calcio di nascosto dalla famiglia come portiere di una squadra locale. Di nascosto dalla famiglia perché “il calcio è uno sport per maschi” e non adatto ad una ragazza.
Scoperta dal padre è costretta a cambiare sport e lasciare il calcio.

Si sposa, diventa mamma ed emigra con la famiglia in Italia. A Torino, grazie al telegiornale di Rai Tre scopre Balon Mundial e si avvicina alla nostra realtà e così può tornare finalmente a giocare. É anche grazie a lei che nasce il Perù Franto’s Onlus che da quest’anno gioca per la prima volta Balon Mundial 2019, la Coppa Del Mondo Delle Comunità Migranti.

Ora Isabel è una giocatrice e dirigente del Perù Franto’s Onlus e membro dell’associazione multiculturale omonima: Franto’s Onlus.

La lotta per la parità di genere nel mondo dello sport come nel lavoro è ancora lunga, ma Balon Mundial può contare sull’entusiasmo e la forza di molte donne come Isabel per promuovere una società più inclusiva.

Solo alcuni uomini possono muoversi liberamente, ad altri è impedito.

Il nostro modo di vedere il mondo è positivo.

Della migrazione noi vediamo i colori, la felicità, l’incontro, ogni sabato durante il campionato, ogni sabato e domenica durante Balon Mundial e Football Communities, nelle scuole vediamo le nuove generazioni crescere insieme. Le nostre attività celebrano la vita, il movimento, le emozioni.

In questi giorni non possiamo non fermarci a riflettere su cosa sta accadendo nel mondo, che sia nel mediterraneo o sui confini statunitensi o ancora più vicino sulle coste dei nostri laghi.
Non possiamo e non vogliamo fermarci.

Noi rappresentiamo il mondo che va avanti e le nostre attività sono il nostro modo di costruire una società diversa, una società capace di essere come i nostri campi: aperti per tutte e tutti e capaci di mettere in gioco le differenze.

Le migrazioni sono un fenomeno che appartiene alla storia dell’umanità.
É grazie alle migrazioni e alla straordinaria capacità di adattarsi a climi e condizioni più diverse che la specie umana ha raggiunto ogni angolo della terra e ottenuto la supremazia su tutte le altre specie animali.
Gli esseri umani migrano per necessità, da sempre. Si spostano per cercare condizioni più favorevoli alla propria vita in cerca di migliori risorse: le abbiamo chiamate migrazioni, colonizzazioni, invasioni, esplorazioni, guerre, a seconda del punto di vista di chi le osservava, subiva o praticava.

Oggi assistiamo al paradossale fenomeno di un mondo completamente interconnesso, tutto si spostano con facilità, beni, merci, parole, video, immagini, denaro, tutto migra da un luogo all’altro senza vincoli e con estrema facilità.

Dopo millenni di migrazioni sono gli uomini che bloccano altri uomini e ne impediscono le migrazioni.

Solo alcuni uomini possono muoversi liberamente, ad altri è impedito.

Football Communities 2019 – Casa Rondine

Le rondini portano la primavera

Lo sapevano le nostre nonne e lo sappiamo ancora noi oggi quando dalle finestre della nostra città le vediamo arrivare vociando, alte sopra i tetti in una danza caotica e bellissima.
Ma da dove arriveranno mai le Rondini? In autunno, al primo gelo, le vediamo ben presto sparire, d’un colpo i cortili tornano silenziosi e vuoti. È cominciato un lungo viaggio, attraverso tutta l’Italia, il Mediterraneo e il Nord Africa, poi il Sahara, Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Burkina Faso… fino ad arrivare in Nigeria. Lontane dalla neve e dal freddo torinese, le rondini cambiano le piume e dopo pochi mesi sono pronte a ripartire. E di nuovo in viaggio attraversano terre, mari, paesi e frontiere per venire a nidificare nelle nostre città, dove il caldo dell’estate le attende puntuale ogni anno.

Le rondini sono uccelli migranti. Ci parlano di una vita dura, in viaggio tra due continenti, della lotta continua per la sopravvivenza, della bellezza di appartenere a due luoghi diversi, della libertà di attraversare confini.
Le rondini portano la primavera. E non c’è muro che le possa fermare.

Testo e foto di Cecilia Morra, allenatrice squadra Casa Rondine

Il Centro Fenoglio vince Football Communities 2019

Il centro fenoglio vince la terza edizione di Football Communities!

Il torneo è stato un successo, le squadre hanno ben giocato sul campo e ancora una volta il Centro Fenoglio si è aggiudicato il primo posto e l’accesso alla coppa del mondo delle comunità migranti.

Football Communities è stato uno luogo d’incontro, di scambio e di festa per tutti i partecipanti e le partecipanti. Non dimentichiamo che per molti di loro l’occasione di uscire dal centro d’accoglienza e giocare a calcio sarebbe impossibile senza l’impegno, spesso volontario e non retribuito, delle persone che lavorano nelle progettualità dell’accoglienza e dell’inclusione.
Impegno che da quest’anno è reso ancora più difficile dalle recenti leggi in materia di “sicurezza” e immigrazione, che hanno avuto un impatto decisivo anche sull’organizzazione di questa edizione del torneo dimezzandone le squadre partecipanti.

Il Centro Fenoglio ha vinto grazie al sostegno anche della città di Settimo T.se, di cittadini e negozi sportivi che spontaneamente hanno contribuito al progetto e al percorso che vedrà la squadra giocarsi la Coppa del Mondo delle comunità migranti.
Un bell’esempio per noi di Balon Mundial. Infatti sappiamo bene che il calcio e lo sport possono davvero aiutare a creare rete e opportunità per tutti,indipendentemente dal luogo di provenienza.

Calcio e razzismo: il momento di dire basta

Qualunque cosa verrà decisa, i fatti di mercoledì 24 aprile sanciranno un punto di non ritorno per il rapporto tra calcio e razzismo in Italia.

Un breve riassunto: nel pomeriggio appartenenti a un gruppo ultras commettono apologia di fascismo in pieno centro di Milano. La sera, una dichiarata (dalla FIGC) minoranza di tifosi inscena una serie di reiterati comportamenti razzisti nei confronti di Kessie e Bakayoko durante la semifinale di Coppa Italia tra Milan e Lazio, segnalati dallo speaker dello stadio quindi uditi e udibili da tutti, arbitri (ricordiamo che sono cinque più gli addetti al var) e i vari delegati alla pubblica sicurezza.
Il Ministro degli Interni Matteo Salvini, al termine della gara, condanna il Milan per la brutta prestazione sportiva ma non una parola sugli episodi di razzismo in campo, il Presidente Gravina non commenta, un silenzio assordante che prosegue nei giorni successivi.

Venerdì sulla Gazzetta dello Sport una dura presa di posizione da parte della società Milan, in aperto contrasto con i rumours provenienti dal gruppo arbitrale. Il contenzioso è un gentlemen agreement stipulato tra la dirigenza rossonera, i suoi giocatori e i giocatori biancocelesti in seguito ai fatti accaduti nel pre-gara che potevano anticipare comportamenti razzisti durante la gara, concordi nel non esasperare i toni in campo in caso di comportamenti razzisti da parte dei tifosi, ma affidarsi all’intervento di arbitri e addetti alla sicurezza, come prescritto dal regolamento.

I fatti parlano di una partita “portata a casa”, ovvero di una partita portata a conclusione da tutti gli addetti senza prender decisioni che avrebbero potuto scaldare gli animi. Perché è questo il vero problema: di fronte a un conclamato comportamento razzista le scelte di chi DOVEVA interrompere il gioco sono state di far finta di nulla per evitare ritorsioni dalla stessa minoranza razzista per il timore di generare, in caso di definitiva sospensione della gara, scontri fuori dallo stadio. Stiamo parlando di un sistema calcio, una delle più importanti economie del paese, ostaggio di minoranze ultras razziste, una Federazione che in barba al regolamento prontamente modificato per essere più sanzionatorio dopo gli episodi accaduti a Koulibaly (sempre a San Siro durante un Inter – Napoli), continua a non intervenire.

La Serie A, e il calcio professionistico in genere nel mondo, è una delle vetrine educative più visibili per tutti e tutte, un luogo dove si incontrano simboli e simbolismi, uno spettacolo che ha la capacità di educare ed è troppo spesso lo specchio della società che lo ospita e lo organizza.

Oggi l’Italia sta dimostrando che non ha il coraggio di affrontare il razzismo.

Chi deve prendere le decisioni non ha ancora avuto lo spessore morale ed etico per bloccare quello che è un gioco, costoso, ma un gioco, di fronte a un comportamento inaccettabile per la dignità di un uomo.
Nel nostro piccolo anche Noi siamo organizzatori di un torneo e sappiamo quanto sia spiacevole e difficile da gestire – e moralmente una sconfitta – sospendere una partita o non farla giocare, ma non intervenire significa giustificare i comportamenti e dichiarare con i fatti che ogni cosa è possibile pur di andare avanti.

Se è veramente una minoranza non crediamo che gli altri non abbiamo gli anticorpi e le forze per allontanare chi genera questi comportamenti.
Nel campionato oggi più ricco e più visibile al mondo, la Premier League, sono i club stessi ad individuare ed allontanare chi commette simili reati (ricordiamo che la discriminazione razziale è un reato), individuando i colpevoli attraverso telecamere e altri strumenti che anche i nostri club e la nostra federazione possiede. Scelgono semplicemente di farlo, per etica, per perseguire i loro valori, e per business, perché un campionato razzista non raccoglie sponsor e telespettatori (crediamo sia giusto ricordate anche questo aspetto).

Ad oggi in Italia “The show must go on“, ma a quale prezzo?

Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali

Giovedì 21 Marzo ci sarà una ricorrenza molto importante: la Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali.
A.S.D. Balon Mundial Onlus ha deciso di ricordarla insieme all’associazione ArteMixia e la Circoscrizione 4, che per l’occasione hanno organizzato una collettiva d’Arte Contemporanea, dal titolo “DI SPERANZE IN VIAGGIO“, seguita da un incontro di approfondimento sui temi dell’integrazione, dell’accoglienza, dell’immigrazione, della distorsione della percezione del senso di emergenza.

Tra i tanti ospiti ci saranno la nostra Elena Bonato che racconterà un po’ della nostra storia, Sara Peters, operatrice accoglienza donne e Mara, giocatrice diciottenne, che parleranno di calcio e inclusione, grazie all’esperienza importanta con la squadra delle Queens.

L’evento si terrà all’Ecomuseo Urbano di via Medici 28, Torino, e l’ingresso è gratuito.
Vi aspettiamo!

 

Per maggiori info: evento Facebook

Assemblea di Balon Mundial 2019

Il nuovo anno di Balon Mundial è iniziato con molte novità. Abbiamo una nuova sede in  Via Garibaldi 13 (presso Sereno Regis) dove il 13/02 si è svolta la prima assemblea del 2019 per tutte le socie e i soci. Molte le facce nuove, tanti i progetti da portare avanti, diverse le sfide di questo nuovo anno. 

Tra le  novità c’è stata la presentazione del progetto S.E.L.F.I.E, un corso football4good  in 5 moduli  ideato da Balon Mundial e destinato a tutte le persone che credono che il calcio, e più in generale lo sport, sia un veicolo di cambiamento e di trasformazione sociale. Scopri di più nella pagina dedicata.

Pensiamo che la nostra mission sia sempre più importante visti i tempi che corrono!
Anche quest’anno  Football communities, il torneo Balon Mundial, Football3 e tutte le altre nostre iniziative torneranno con ancora più vigore. Vogliamo infatti, in modo sempre più urgente e necessario, intensificare la costruzione di nuove reti di incontro,  promuovere il valore dell’accoglienza e dell’interazione tra persone. Noi di Balon Mundial lo facciamo attraverso il calcio, dove donne e uomini di diversa provenienza, cultura e religione, si conoscono e si emozionano.

Anche quest’anno insieme  possiamo costruire una società più coesa dove le differenze sono un valore aggiunto. Continuate a sostenerci!

 

CERCASI Communication specialist

Se ti piace il mondo del “football for good” ma soprattutto se sei un/a giovane interessato/a a crescere nel settore della comunicazione, questa è l’opportunità che fa per te!
Balon Mundial è un’associazione attiva nel Torinese dal 2006 e che ha come progetto cardine la coppa del mondo delle comunità migranti, la più grande d’Europa!
Il lavoro consiste nel raccontare tramite foto e articoli (meglio se anche video) le attività dell’associazione, in particolare un nuovo progetto di formazione svolto da Balon Mundial, che si terrà a Torino 2/3 volte al mese.

I contenuti verranno condivisi sui canali di Balon Mundial (sito, social e newsletter) e diffusi alla stampa. L’impegno di tempo è quindi maggiormente concentrato nei giorni delle attività. Perfetto per uno studente, si può svolgere se si ha altri clienti o altri lavori. Il progetto si estende per 1 anno.

Requisiti essenziali:
Disponibile a Torino, intrapredenza, attitudine positiva e voglia di imparare, capacità di lavoro in team e in totale autonomia.
Capacità fotografiche, di scrittura in Italiano (altre lingue sono benvenute).

Requisiti NON essenziali:
Competenze video, esperienza lavorativa in social media management, grafica, interesse per il no profit, passione per lo sport e il calcio.

É una posizione per chi vuole fare esperienza, è prevista la presenza di un tutor online.

Non esitare a contattarci per parlarne, per favore fai girare quest’offerta oppure contattaci per candidarti scrivendo a info@balonmundial.it o su Facebook!
Colloqui su Skype tra il 20 e il 27 gennaio.

Aperi Xmas Mundial

Per tutti quelli che non si vedono dalle finali di #balonmundial 2018, per i mister non hanno ancora ritirato gli album per la loro squadra, per chi vuole solo farsi gli auguri per le vacanze, per chi ancora crede che l’arbitro tifasse per le avversarie, per chi ama il calcio sopra ogni cosa, per chi ama lo sport e odia il razzismo, per chi non nemmeno di che cosa stiamo parlando e vuole conoscere il #football4good a Torino..
ci vediamo venerdì 21 dalle 18 a fare aperitivo al Mojo in piazza Santa Giulia OF!

fai un gesto natalizio, vieni all’APERITIVO ANTIRAZZISTA 🙂

Grazie a Gemma Grimoldi e Valentina Gandaglia per l’organizzazione di questo aperitivo e per il flyer.

Diffondi l’evento facebook:
www.facebook.com/events/369136450314327/

volantino Aperi Xmas Mundial

Corso Football 3 e ruolo del mediatore sportivo

Qui il link all’evento Facebook del Corso di introduzione al football3 e ruolo del mediatore sportivo

Quando: da sabato 17 novembre ore 10.00, a domenica 18 novembre ore 18.00.
Dove: Cascina Govean, Via G. Marconi, 44, 10091 Alpignano TO
Perchè: perchè crediamo che il calcio e lo sport in generale sia uno strumento che va oltre la capacità tecniche di ognuno, capace di far emergere qualità e capacità che forse nemmeno noi sapevamo di avere.
A chi è rivolto: il corso è aperto a chiunque sia interessato allo sport come strumento educativo.
Quota di partecipazione: 20€. I costi di vitto ed alloggio sono coperti da Balon Mundial.

Cosa portare: il corso sarà diviso in parti teoriche e parti pratiche di gioco. Non dimenticate scarpe da ginnastica!
Scadenza per le iscrizioni: 10 novembre.
Numero posti: 12.
Per il programma specifico scrivite a: info@balonmundial.it
o chiamate: 340 2433583
Una volta formato il gruppo ci organizzeremo per arrivare insieme a destinazione!

Flyer corso mediatore Football3

Un nuovo inizio per i Corsari senza Frontiere

Corsari Senza Frontiere, la squadra di dell’A.S.D. Balon Mundial rappresentativa del progetto Senza frontiera Football Club che portiamo avanti da 3 anni.Corsari senza Frontiere Corsari senza Frontiere

La squadra nasce dall’uniione dei giocatori che facevano parte delle squadre Cuori d’Aquila – F.C. Partizan Corsari Liumin 流民 – C.A. Partizan Corsari Liumin 流民, giocatori provenienti dai quattro continenti che da qualche anno annovera tra le proprie fila studenti erasmus giapponesi che scoprono la realtà dei richiedenti asilo europei condividendo lo spogliatoio.

I Corsari senza Frontiere ieri hanno giocato la prima partita al campionato UISP con 11 squadre da 4 continenti e soprattutto tanta voglia di calcio che racconta una società che cambia.

Ci sono le grandi favorite, Phoenix Romania e Survivor, le due squadre che da anni si contendono il campionato di Torino, quello piemontese e le finali nazionali, alto tasso tecnico e, per i Survivor, uno dei progetti di inclusione sociale e inserimento lavorativo più innovativi d’Italia; ci sono le squadre sudamericane, Señor De Luren dal Perù (ma anche Ecuador e Venezuela) e Bolivia, con il classico calcio palleggiato e il post partita con musica e cibo preparato dai dirigenti; c’è Homa, squadra dei giovani Iraniani di Torino, capaci in soli due anni anche di creare anche una rappresentativa di calcio a 5 femminile; c’è Ormai Ci Siamo, squadra di giovani richiedenti asilo di origine maliana, auto organizzata e con nome ironicamente in contrasto con il classico “mandateli a casa/aiutiamoli a casa loro”; c’è la squadra debuttante, Africhieri, che raccoglie giovani africani di prima e seconda generazione del chierese; ci sono le squadre legate al quartiere di Barriera di Milano come il Paco Rigore (non a caso anagramma di Regio Parco) maglie e spirito ispirati all’Athletic Bilbao e porte aperte sempre ai nuovi cittadini, il Centrocampo, società storica (since 1978) che dall’anno scorso ha scelto di ospitare nuovamente nel catino senza barriere di Via Petrella le squadre UISP con una squadra aperta a tutti e i Filadelfia Moncalieri, guidati da Mister Flavio, dirigente della vecchia guardia (da più di vent’anni sulle panchine UISP) e selezionatore anche della rappresentativa.

Un mix di giocatori, alcuni di grande talento o con un passato sportivo importante, cittadini che, anche attraverso lo sport, scelgono di ricordare che una società senza discriminazioni è possibile. Giocare a calcio è una passione e noi abbiamo scelto di partecipare al campionato UISP perché nella tessera dei 70 anni di UISP c’è scritto “L’uguaglianza è in gioco”, perché sceglie l’accoglienza come tema per celebrare le proprie radici. I soci fondatori della UISP erano partigiani, giovani e adulti, donne e uomini che vissero le leggi razziali, le deportazioni e le brutalità del fascismo. A distanza di 70 anni sono i diritti e la lotta al razzismo i temi da difendere ancora una volta attraverso lo sport.

Tommaso Pozzato